Archivio notizie 2004-2

Trasformate le embrionali umane

Risultato ottenuto nell'universita' del Winsconsin (Usa)
(ANSA) - ROMA, 30 GEN - Cellule embrionali umane sono state trasformate nelle cellule nervose che controllano il movimento (chiamate motoneuroni). Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology, e' stato ottenuto negli Stati Uniti, nell'universita' del Winsconsin a Madison, dl gruppo coordinato da Su-Chun Zhang e Xuejun Li. Da anni i ricercatori inseguivano questo traguardo, difficile da raggiungere anche utilizzando cellule semplici da manipolare, come le staminali embrionali di topo.

Dalle cellule staminali delle scimmie speranze per il Parkinson

Di Italiasalute.it

Le cellule staminali delle scimmie potrebbero riparare i danni al cervello causati dal Parkinson. A sostenerlo и uno studio giapponese dell'Universitа di Kyoto pubblicato sul Journal of Clinical Investigation e che и giunto alla conclusione che le cellule staminali della scimmia possono essere usate per riparare danni di cervello causati dalla malattia nell'animale nostro cugino e apre nuove speranze di cura in quanto la terapia potrebbe essere applicata anche sull'uomo con risultati positivi. imentati con successo solo sui roditori. L'equipe, guidata da Jun Takahashi, ha prelevato le cellule staminali e le ha stimolate affinchй si sviluppassero in cellule neuronali capaci di avere un effetto protettivo sui neuroni deputati alla produzione di dopamina, quelle danneggiate nella malattia del Parkinson.
I ricercatori hanno poi trapiantato le cellule produttrici di dopamina cosм ottenute grazie alle staminali nelle scimmie colpite da una malattia neurodegenerativa simile al Parkinson. I risultati sono stati buoni: i sintomi si sono ridotti e i neuroni funzionavano.
Per ottenere questo risultato e' stato utilizzato un fattore di crescita prodotto esclusivamente nell'area del cervello colpita dal Parkinson, e il cui effetto protettivo sui neuroni dopaminergici era giа noto.
Questi risultati fanno pensare che il trapianto che utilizzi cellule staminali embrionali come terapia clinica per il morbo di Parkinson si avvicini ora allo stadio della fattibilitа tecnica.

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www.lucacoscioni.it - terzocongresso


UN GENE DIRETTORE D'ORCHESTRA CHE, CONTROLLANDO LA NASCITA E LA CRESCITA DI CELLULE STAMINALI NEL CERVELLO ADULTO, POTREBBE INDICARE LA STRADA PER RIPARARE DANNI NEURONALI CAUSATI DA PATOLOGIE QUALI L'ALZHEIMER, IL PARKINSON, LA COREA DI HUNTINGTON.

A scoprire il ruolo del gene Sox2, studiato in un modello animale, è stata una ricerca, pubblicata sulla rivista Development e finanziata da Telethon, condotta da ricercatori dell'Università Milano Bicocca, guidati da Silvia Nicolis, dell'Università degli Studi di Milano, dell'istituto Mario Negri e del Memorial Sloan-Kettering cancer center di New York. Gli scienziati hanno infatti osservato nei topi che quando questo gene manca si verificano danni al cervello che ricordano quelli osservati in malattie neurodegenerative dell'uomo, caratterizzate dalla perdita di neuroni in zone diverse del cervello. Sox2 è uno dei geni della famiglia Sox che produce un fattore di trascrizione, ovvero una proteina capace di sedersi su certe zone del Dna in corrispondenza di alcuni geni coinvolti nello sviluppo del cervello e di decidere se e quando tali geni devono essere accesi o spenti. Il suo ruolo è di controllare la nascita e la crescita di almeno un tipo di cellule staminali del cervello adulto. È una sorta di direttore d'orchestra che stabilisce chi e in quale momento deve suonare il proprio strumento. Guasti nel Sox2 nell'uomo sono responsabili di diversi difetti neurologici associati ad anoftalmia, una grave malformazione agli occhi. Questo gene potrebbe quindi essere implicato in varie malattie neurologiche ereditarie. Da qui l'importanza della scoperta che potrebbe facilitare in futuro numerose diagnosi cliniche. Nello studio, il gene Sox2 è stato inattivato in vari modi allo scopo di ottenere quantità ridotte o nulle della proteina corrispondente nel cervello del topo manipolato geneticamente. I ricercatori hanno scoperto che livelli più bassi della proteina causano neurodegenerazione, cioè morte delle cellule cerebrali, e una minore capacità del cervello adulto di produrre nuovi neuroni. Nel peggiore dei casi si sono verificate alterazioni del cervello ed epilessia associate alla presenza di aggregati intracellulari: i neuroni morivano perchè contenevano mucchietti di proteine appiccicate tra loro e per questo tossiche per la cellula. Alcuni degli effetti della perdita di Sox2 nel cervello sono gli stessi di quelli osservati nel morbo di Parkinson e nei modelli animali della Corea di Huntington e del morbo di Alzheimer. A differenza però di queste malattie, i cui sintomi sono il risultato di una estesa neurodegenerazione dovuta all'accumulo di una proteina dalla struttura alterata che diventa tossica per i neuroni, nel caso di Sox2 è la prima volta in cui l'effetto deleterio sul cervello dipende da un gene che ne coordina altri. Dare un nome ai geni diretti da Sox2 nell'uomo commenta Silvia Nicolis - potrebbe aprire la strada alla comprensione di nuovi meccanismi molecolari all'origine delle neurodegenerazioni. Sfruttando l'attività di Sox2 - conclude Nicolis - si potrà forse anche capire come risvegliare cellule staminali del cervello adulto allo scopo di riparare danni neuronali.
Telethon: da un gene difettoso nascono danni cellule cervello.

L'assenza di un gene chiamato 'Sox2' in un modello animale è responsabile di danni al cervello che ricordano quelli osservati nella corea di Huntington, nel morbo di Alzheimer e nel morbo di Parkinson, tutte malattie neurodegenerative di origine genetica caratterizzate dalla perdita di neuroni in zone diverse del cervello.

È il risultato della ricerca frutto di una collaborazione tra il Dipartimento di biotecnologie e bioscienze dell'Università Milano Bicocca e gruppi di ricerca dell'Università di Milano, dell'Istituto Mario Negri e del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, pubblicata sulla rivista scientifica Development.

Il progetto ha usufruito di un finanziamento Telethon (circa 100 mila euro) per lo studio del ruolo di Sox2 nelle cellule staminali del cervello in un modello animale.

Sox2 è uno dei geni della famiglia Sox il cui prodotto è un cosiddetto ''fattore di trascrizione'', una proteina cioè capace di 'sedersi' su certe zone del Dna in corrispondenza di alcuni geni coinvolti nello sviluppo del cervello e di decidere se e quando tali geni devono essere accesi o spenti. Una sorta di 'direttore d'orchestra' che stabilisce chi e in quale momento deve suonare il proprio strumento. Il suo ruolo è di controllare la nascita e la crescita di almeno un tipo di cellule staminali del cervello adulto.

Guasti in Sox2 nell'uomo sono responsabili di diversi difetti neurologici associati ad anoftalmiia, una grave malformazione agli occhi; Sox2 quindi potrebbe essere implicato in varie malattie neurologiche ereditarie. Da qui l'importanza della scoperta che potrebbe facilitare in futuro numerose diagnosi cliniche.

Grazie a tecniche di ingegneria genetica applicate nel modello animale il gene Sox2 è stato inattivato in vari modi allo scopo di ottenere quantità ridotte o nulle della proteina corrispondente nel cervello del topino manipolato geneticamente. I ricercatori hanno scoperto che livelli più bassi della proteina causano neurodegenerazione, cioè morte delle cellule cerebrali, e una minore capacità del cervello adulto di produrre nuovi neuroni, le cellule del cervello; nel peggiore dei casi hanno anche visto alterazioni del cervello ed epilessia associate alla presenza di aggregati intracellulari: i neuroni morivano perché contenevano mucchietti di proteine 'appiccicate' tra loro e per questo tossiche per la cellula.

Alcuni degli effetti della perdita di Sox2 nel cervello sono gli stessi di quelli osservati nel morbo di Parkinson e nei modelli animali della corea di Huntington e del morbo di Alzheimer. A differenza però di queste malattie, i cui sintomi sono il risultato di una estesa neurodegenerazione dovuta all'accumulo di una proteina dalla struttura alterata, nel caso di Sox2 è la prima volta in cui l'effetto deleterio sul cervello dipende da un gene che ne coordina altri.

''Dare un nome ai geni diretti da Sox2 nell'uomo commenta Silvia Nicolis, ricercatore dell'Università Milano Bicocca e coordinatrice del progetto di ricerca - potrebbe aprire la strada alla comprensione di nuovi meccanismi molecolari all'origine delle neurodegenerazioni. Sfruttando l'attività di Sox2 - conclude la Nicolis - si potrà forse anche capire come 'risvegliare' cellule staminali del cervello adulto allo scopo di riparare danni neuronali''

 

Un potenziale farmaco per l'atrofia muscolare spinale
L'indoprofen potrebbe aumentare i livelli della proteina SMN

Usando una tecnologia appena sviluppata, un team di ricercatori della Columbia University di New York ha scoperto che l'indoprofen, un farmaco anti-infiammatorio non steroideo, può aumentare la quantità di una proteina che scarseggia nei pazienti che soffrono di atrofia muscolare spinale (SMA), una malattia genetica infantile.
Gli scienziati sperano che la scoperta venga seguita da ulteriori sviluppi, fino a giungere a un trattamento per la malattia neurodegenerativa che, negli Stati Uniti e in Europa occidentale, rappresenta la prima causa genetica di morte fra i bambini di età inferiore ai due anni. "L'indoprofen - spiega il biochimico Brent R. Stockwell - rappresenta ora uno strumento chimico che i ricercatori potranno usare per studiare la malattia, e anche un buon candidato terapeutico". I risultati della ricerca sono stati pubblicati in due articoli separati sul numero di novembre della rivista "Chemistry & Biology".
Secondo Mitchell R. Lunn, principale autore dello studio, il prossimo passo sarà quello di condurre ulteriori esperimenti per comprendere il meccanismo dell'azione dell'indoprofen, strutturalmente simile all'ibuprofen. Lunn fa notare che questo composto, così come altri farmaci anti-infiammatori non steroidei, non ha l'effetto di aumentare la produzione della proteina SMN (Survival Motor Neuron), che scarseggia nei pazienti di SMA. Ha invece la capacità potenziale di aumentare la quantità di proteina già esistente.
Per individuare questo effetto, gli scienziati hanno effettuato lo screening di più di 47.000 composti, usando un nuovo software di analisi (Small Laboratory Information Management System) sviluppato nel laboratorio di Stockwell.

 

L'origine delle cellule staminali neurali
Derivano dalla glia radiale

Un gruppo di ricercatori dell'Università della California di San Francisco ha comunicato di aver scoperto la fonte delle cellule staminali neurali adulte, le cellule nella zona subventricolare del cervello umano che sono in grado di produrre nuovi neuroni nell'arco di tutta la vita. Finora, la loro origine era tutt'altro che chiara. Lo studio è stato pubblicato online sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences".
Queste cellule staminali hanno le caratteristiche di astrociti, cellule che agiscono come sistema di supporto (cellule gliali) per i neuroni. Ciò aveva suggerito che potessero derivare dalla glia radiale, ovvero dalle cellule che guidano i neuroni fino al loro posto durante lo sviluppo del cervello.
Arturo Alvarez-Buylla e colleghi hanno sviluppato una tecnica per etichettare le cellule gliali radiali nel cervello di topi neonati, e rintracciarle durante tutta la vita dell'animale. Gli scienziati hanno scoperto che nel giro di pochi giorni la glia radiale dà origine a numerosi e differenti tipi di cellule cerebrali: neuroni, astrociti, oligodendrociti e le cellule staminali neurali della zona subventricolare. Inoltre, le cellule staminali adulte derivate dalla glia radiale continuavano a dare origine a nuovi neuroni durante l'intera vita.
I risultati indicano dunque che la glia radiale è con ogni probabilità la fonte delle cellule staminali neurali adulte. Secondo gli autori, la loro tecnica potrebbe essere usata per esplorare ulteriormente lo sviluppo del cervello e potrebbe offrire un metodo per manipolare le cellule staminali a scopi terapeutici.

Florian T. Merkle, Anthony D. Tramontin, José Manuel García-Verdugo, Arturo Alvarez-Buylla, "Radial glia give rise to adult neural stem cells in the subventricular zone". Proceedings of the National Academy of Sciences (2004).

 

STAMINALI: COREA SUD,DONNA TORNA A CAMMINARE DOPO INTERVENTO(2)

(ANSA) - ROMA, 29 NOV - I ricercatori che hanno eseguito l'intervento sono comunque ottimisti e considerano il risultato ottenuto un significativo salto in avanti verso la possibilita' di riparare lesioni del midollo spinale. Ritengono inoltre che l'uso delle cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale offrirebbe anche un netto vantaggio dal punto di vista etico, superando i problemi oggi posti dalla ricerca sulle cellule staminali embrionali.
Quelle aperte dal risultato ottenuto sulla donna sono speranze fondate, secondo uno dei ricercatori, Song Chang-Hoon. ''Siamo stati tutti sorpresi dai rapidi miglioramenti della paziente'', ha aggiunto.
Davanti alle telecamere la donna si e' alzata dalla sedia a rotelle e si e' trascinata sulle sue gambe, facendo pochi passi aventi e indietro, sostenendosi al carrello per la deambulazione. ''E' gia' un miracolo per me. Non avrei mai sperato di poter stare di nuovo in piedi'', ha detto.
Le cellule staminali del cordone ombelicale vengono prelevate subito dopo il parto e immediatamente congelate. Sono cellule multipotenti, ossia sono in grado di differenziarsi in un numero limitato di cellule adulte, mentre le cellule prelevate dall'embrione sono totipotenti, possono cioe' maturare in qualsiasi direzione.
Poter utilizzare le cellule prelevate dal cordone ombelicale vuol dire, attualmente, essere in grado di superare almeno due grandi difficolta' tecniche: vanno identificate le cellule compatibili con quelle del paziente destinato a riceverle e occorre individuare il punto esatto in cui iniettare le cellule staminali, ha osservato il presidente della Hisostem, la banca di sangue del cordone ombelicale di Seul, Han Hoon. Nell'intervento eseguito in Corea del Sud sono state superate entrambe le difficolta': sono state identificate cellule compatibili con quelle della donna e iniettate in corrispondenza della lesione del midollo spinale.
Essere riusciti a superare entrambe queste difficolta' ed avere ottenuto un primo grande successo ''e' stato proprio un caso. Abbiamo bisogno di piu' esperimenti e di piu' dati'', ha ammesso un altro degli autori dell'intervento, Oh Il-Hoon. ''Credo - ha aggiunto - che esperti di altri Paesi stiano conducendo esperimenti simili e accumulando dati prima di rendere pubblici i risultati ottenuti''.(ANSA).

 

La Sla e la sperimentazione di Torino (Da la Repubblica - Anno III Numero 75 del 26 Novembre 2004)

In attesa di vedere i dati della prima sperimentazione di trapianto di cellule staminali autologhe prelevate dal midollo dello stesso paziente affetto dal SLA (sclerosi laterale amiotrofica), il quotidiano la Repubblica ha pubblicato delle anticipazioni.
Quattro dei sette pazienti che nel 2002 sono stati sottoposti all'operazione guidata dalla dottoressa Letizia Mazzini, neurologa dell'Universita' di Novara, hanno visto una "battuta d'arresto" della malattia degenerativa. Tra i sette pazienti, oltre a Luca Coscioni, presidente dei Radicali Italiani, c'era anche Claudia, che intervistata racconta come il suo corpo ha subito dei cambiamenti. "Il principale e' stato una maggiore tonicita' della muscolatura degli arti inferiori e, in virtu' di questo, un miglioramento generale di tutto il fisco", in particolare della parte addominale e di quella respiratoria.
Lo studio dovrebbe essere pubblicato su Lancet.

Nel nostro corpo c'è già una fonte di cellule staminali, è nei muscoli
Di Italiasalute.it

Da un frammento di muscolo dal peso di soli 300 milligrammi è possibile ricavare per ognuno di noi una sorgente di cellule staminali adulte. Si tratta di cellule che, avendo la straordinaria capacità di differenziarsi in cellule muscolari e neurali, una volta coltivate in laboratorio, potrebbero in futuro tornare utili a chi è stato vittima di paralisi in seguito a lesioni traumatiche gravi, a chi è affetto da malattie degenerative come le malattie di Alzheimer e di Parkinson, a chi è colpito dalla distrofia muscolare di Duchenne, un'alterazione genetica che porta alla distruzione della massa muscolare e probabilmente anche a chi è stato colpito dalle lesioni cerebrali provocate da un ictus. Le cellule staminali riescono a moltiplicarsi grazie al ''fattore di crescita nervosa'', scoperto con il contributo di Rita Levi Montacini.
La scoperta, pubblicata sulla rivista The Lancet, è stata annunciata a Milano dai ricercatori che ne sono stati autori, Giulio Alessandri, italo-americano dell'Istituto neurologico Besta di Milano, con Eugenio Parati, responsabile di neurobiologia e terapie neuroriparative, e da Claudio Muneretto e Gianluigi Bisleri degli Ospedali Civili - Università di Brescia.
Ad aiutare i ricercatori non è mancata la fortuna. Gli studiosi di Brescia stavano prelevando ad un gruppo di pazienti un tratto di arteria radiale dall'avambraccio per utilizzarlo successivamente in un intervento di by-pass aorto-coronarico. Nell'effettuare l'intervento i ricercatori si sono trovati a disporre di cellule di muscolatura striata rimaste attaccate alla parte di arteria prelevata. Lo scopo era quello di utilizzare queste cellule per ottenere cellule cardiache, invece si è scoperto che le cellule staminali isolate dai muscoli, una volta coltivate in vitro, si differenziavano in cellule muscolari e cellule nervose, insomma un nuovo punto di arrivo, diverso da quello previsto, ma più importante.
Le cellule staminali ottenute sono state iniettate in un gruppo di ratti con lesioni spinali che impedivano di muoversi e si è notato che esse si sono perfettamente integrate nel midollo spinale, anche se non si sono ancora differenziate nelle cellule del sistema nervoso. Per poter sperare che le cellule riescano a riattivare il movimento nei ratti paralizzati occorre aspettare la seconda fase dello studio, quella in cui si spera di ottenere la riparazione del tessuto lesionato grazie all'arricchimento della componente neuronale delle staminali. È, dunque, ancora presto per poter affermare che siamo vicini all'obiettivo di consentire a chi è stato colpito da un trauma di camminare di nuovo.

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Neuritina, una proteina coinvolta nella rigenerazione dell’assone lesionato Di Biomedicina.net

( Xagena - Biomedicina ) - Più chiaro il ruolo degli ormoni maschili nei comandi inviati dal cervello ai muscoli ed in alcune patologie come la malattia di Kennedy, l’Alzheimer, il Parkinson e la Sclerosi Laterale Amiotrofica ( SLA ).

Tra le tante proteine che trasferiscono l’azione degli androgeni - gli ormoni maschili come il testosterone che controllano il comportamento sessuale ed aggressivo, la memoria, l’umore e l’apprendimento – sui motoneuroni ( cellule nervose che trasmettono i comandi dal cervello ai muscoli ), ne è stata identificata solo una: si chiama neuritina e favorisce la crescita della cellula stessa, in particolare la rigenerazione dell’assone lesionato.

La scoperta, pubblicata sul Journal of Neurochemistry, viene dal gruppo di Angelo Poletti, ricercatore Telethon del CEND, il “ Centro di eccellenza delle malattie neurodegenerative ” presso l’Università di Milano.

Gli androgeni hanno per bersaglio preferito il motoneurone, all’interno del quale trovano il partner a cui legarsi, chiamato appunto recettore per gli androgeni.
Questa proteina, una volta attaccatasi all’ormone, provoca l’accensione o lo spegnimento di alcuni geni.

Uno dei geni accesi dagli androgeni è quello per la neuritina, una piccola proteina appoggiata sulla superficie esterna della cellula, che promuove la crescita dei bracci ( assoni ) della cellula nervosa con cui cervello e muscoli comunicano.

Che gli ormoni maschili giocassero un ruolo importante nello sviluppo e nella rigenerazione del neurone motorio era già noto.

La ricerca, effettuata su motoneuroni in coltura, ha dimostrato come mettendo in moto il recettore per gli androgeni si abbia un aumento della produzione di neuritina e la ricrescita dell’assone in caso di lesione.

L’importanza degli ormoni maschili per il benessere del neurone motorio e dell’assone è testimoniata da certe malattie genetiche, in cui i difetti genetici risiedono nel recettore per gli androgeni ( AR ) o interessano i livelli di androgeni nel sangue.

Quando il recettore per gli androgeni non funziona, si ha accumulo di ormoni maschili con effetti tossici per il motoneurone.
Questo è proprio quello che succede nei pazienti affetti da SMBA, l’atrofia muscolare bulbo-spinale o malattia di Kennedy, una patologia neuromuscolare che colpisce maschi adulti ( il gene AR sta sul cromosoma X ), caratterizzata da debolezza muscolare progressiva soprattutto agli arti inferiori.
Nel caso invece di bassi livelli di androgeni nel sangue, le cellule nervose crescono più lentamente e comunicano con più difficoltà con i motoneuroni vicini..
Alcune malattie neurodegenerative come l’Alzheimer ed il Parkinson sembrano essere più frequenti nei maschi e ciò potrebbe dipendere sia da difetti in AR, diversi da quelli della SMBA, sia da variazioni dei livelli di un ormone maschile, il testosterone, nel sangue.

Anche la forma sporadica della Sclerosi Laterale Amiotrofica , un’altra malattia progressiva che colpisce i motoneuroni, ha un’incidenza due volte superiore nei maschi che nelle femmine.
La morte del neurone motorio potrebbe essere scatenata da eccessivi livelli di androgeni nel sangue ( come quelli ottenuti, per esempio, assumendo ormoni o farmaci anabolizzanti ): in questo caso la proteina AR si attiverebbe provocando uno stress alla cellula nervosa che potrebbe esserle fatale. ( Xagena )

Fonte: J Neurochem
Per ulteriori informazioni visita Xagena.it

 

SCOPERTA UNA PROTEINA CHE FA CRESCERE IL BRACCIO DELLA CELLULA NERVOSA - 18.11.2004

Più chiaro il ruolo degli ormoni maschili nei comandi inviati dal cervello ai muscoli ed in alcune patologie come la malattia di Kennedy, l’Alzheimer, il Parkinson e la SLA
Tra le tante proteine che trasferiscono l’azione degli andrògeni - gli ormoni maschili come il testosterone che controllano il comportamento sessuale e aggressivo, la memoria, l’umore e l’apprendimento – sulle cellule nervose (i motoneuroni) che trasmettono i comandi dal cervello ai muscoli, ne è stata identificata solo una: si chiama neuritina e favorisce la crescita della cellula stessa, in particolare la rigenerazione dell’assonve lesionato, il “braccio” lungo anche più di un metro in contatto con il muscolo. La scoperta, pubblicata su Journal of Neurochemistry*, viene dal gruppo di Angelo Poletti, ricercatore Telethon del CEND, il Centro di eccellenza delle malattie neurodegenerative presso l’Università di Milano.

Gli androgeni hanno per bersaglio preferito il motoneurone, all’interno del quale trovano il partner a cui legarsi, chiamato appunto recettore per gli androgeni (AR). Questa proteina, una volta attaccatasi all’ormone, va a “sedersi” sul DNA in corrispondenza di alcuni geni, accendendoli o spegnendoli. Oggi si conosce l’identità di uno dei geni accesi dagli androgeni, quello per la neuritina, una piccola proteina appoggiata sulla superficie esterna della cellula, che promuove la crescita dei “bracci” della cellula nervosa con cui cervello e muscoli comunicano. Che gli ormoni maschili giocassero un ruolo importante nello sviluppo e nella rigenerazione del neurone motorio era già noto. La ricerca, effettuata su motoneuroni in coltura, dimostra come mettendo in moto il recettore per gli androgeni aumenti la produzione di neuritina e la ricrescita dell’assone in caso di lesione.


L’importanza degli ormoni maschili per il benessere del neurone motorio e del suo braccio è testimoniata da certe malattie genetiche, in cui i difetti genetici risiedono nel recettore AR o toccano i livelli di androgeni nel sangue. Quando AR non funziona, l’arrivo di ormoni maschili ne provoca l’accumulo sotto forma di “mucchietti” tossici per il motoneurone, tanto più numerosi e nocivi per la cellula, quanto più alti sono i livelli di ormoni nel sangue. Questo è proprio quello che succede nei pazienti affetti da SMBA, l’atrofia muscolare bulbo-spinale o malattia di Kennedy, una patologia neuromuscolare che colpisce maschi adulti (il gene AR sta sul cromosoma X), caratterizzata da debolezza muscolare progressiva soprattutto agli arti inferiori. Nel caso invece di livelli ridotti di androgeni nel sangue, le cellule nervose fanno fatica a crescere e a “parlare” con i motoneuroni vicini, avendo “braccini” più corti per comunicare.


Alcune malattie neurodegenerative come l’Alzheimer ed il Parkinson sembrano essere più frequenti nei maschi e ciò potrebbe dipendere sia da difetti in AR, diversi da quelli della SMBA, sia da variazioni dei livelli di un ormone maschile, il testosterone, nel sangue. Anche la forma sporadica della SLA (sclerosi laterale amiotrofica), un’altra malattia progressiva che colpisce i motoneuroni, tristemente famosa tra gli sportivi, ha un’incidenza due volte superiore nei maschi che nelle femmine. La morte del neurone motorio potrebbe essere scatenata da eccessivi livelli di androgeni nel sangue (come quelli ottenuti, per esempio, assumendo ormoni o farmaci anabolizzanti): in questo caso la proteina AR si attiverebbe provocando uno stress alla cellula nervosa che potrebbe esserle fatale. “Il fatto che androgeni e farmaci anabolizzanti siano fattori di rischio per il motoneurone e tra le cause delle suddette patologie spiegherebbe perché le femmine risultano più protette contro queste malattie” , commenta Poletti.

Marron TU et al. J Neurochem 2004, online publ. 8 Nov

 

GENETICA: SCOPERTO GENE COMUNE A MALATTIE NEURODEGENERATIVE

(ANSA) - ROMA, 17 NOV - Trovati ben sei diversi difetti genetici a carico di uno stesso gene, che potrebbe guidare gli scienziati alla scoperta dei misteri di alcune malattie neurodegenerative come il Parkinson, l'Alzheimer e il morbo di Lou Gehrig. Ad individuare il gene, 'LRRK2', e le sei mutazioni sono stati i ricercatori della Mayo Clinic di Jacksonville, con colleghi in Canada e Germania, in uno studio su sei famiglie in cui erano presenti membri con una diagnosi di Parkinson.
Secondo quanto riferito sulla rivista Neuron, il gene potrebbe fornire una spiegazione valida del motivo per cui molti casi di Parkinson sono associati anche a demenza senile.
Il team della Mayo Clinic, coordinato da Zbigniew Wszolek, ha studiato per ben 14 anni le due piu' grandi famiglie affette da numerosi casi ereditari di Parkinson (di una forma a sviluppo tardivo legata al cromosoma 12), arrivando all'identificazione del gene LRRK2 che produce una proteina multifunzionale dal ruolo chiave per il cervello, la chinasi ricca di leucina. Indagando poi anche su altre famiglie, i ricercatori hanno evidenziato una correlazione tra l'anatomia patologica dei campioni di tessuto nervoso prelevati dai cadaveri dei pazienti deceduti e le mutazioni sul gene LRRK2.
Dagli esami patologici sui tessuti raccolti e' emerso che i pazienti in vita esibivano in maniera uniforme la patologia consistente con il Parkinson, ma alcuni esibivano anche patologie neurodegenerative associate come la sclerosi laterale amiotrofica (o morbo di Lou Gehrig), oppure la demenza senile (o morbo di Alzheimer).
''Noi speriamo che continuando questo studio di genetica su piu' generazioni di queste famiglie si possa arrivare a trattamenti contro molte malattie neurodegenerative oltre che contro il Parkinson'', hanno concluso gli esperti.


Martedì 16 Novembre 2004, 18:00

 

Scoperto il segreto dell'immortalità delle cellule staminali

E' stato scoperto il meccanismo che impedisce la morte delle cellule staminali del sistema nervoso. Lo studio, condotto da un'equipe di ricercatori del Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Medicina Molecolare dell'ISS coordinata da Ruggero De Maria e Cesare Peschle, in collaborazione con l'Istituto Besta di Milano, viene pubblicato oggi sul Journal of Experimental Medicine e apre nuove speranze per la terapia delle malattie degenerative del sistema nervoso centrale come l'ictus o la sclerosi multipla. Lo ha reso noto oggi il sito internet dell'Istituto, Iss.it.
Lo studio ha dimostrato che le cellule staminali neurali presenti nel cervello riescono a sopravvivere durante i processi di neurodegenerazione grazie a un duplice meccanismo di protezione. In queste cellule, infatti, non è presente la Caspasi 8, un importantissimo mediatore di morte cellulare programmata che abitualmente scatena un meccanismo enzimatico che attiva la disintegrazione cellulare. Inoltre, le cellule staminali neurali rispondono agli stimoli nocivi, come lo stress e l'infiammazione, utilizzando come scudo PED, una particolare proteina estremamente efficace nell'impedire la morte cellulare.
"Si tratta di indicazioni molto importanti anche dal punto di vista clinico. Questi dati, oltre ad avvalorare l'ipotesi dell'efficacia dell'utilizzo terapeutico delle staminali nella terapia di malattie neurodegenerative, aprono nuovi scenari nella terapia delle malattie oncologiche - spiega De Maria - Abbiamo infatti osservato che questi meccanismi sono attivi nelle cellule staminali neoplastiche che danno origine ai tumori cerebrali ed è anche per questo che pensiamo esse sono particolarmente difficili da aggredire terapeuticamente".

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La ricerca medica sulla SLA - Sclerosi Laterale Amiotrofica - fa un passo avanti...
NOTIZIE DALLA GRAN BRETAGNA

La ricerca medica sulla SLA - Sclerosi Laterale Amiotrofica - fa un passo avanti.

Oggi è stata presentata una richiesta di autorizzazione presso la Human Fertilisation and Embryology Authority per procedere alla clonazione di embrioni umani da utilizzarsi per la ricerca della cause della SLA.

Tale autorizzazione è stata richiesta in maniera congiunta dal Prof. Ian Wilmut del Roslin Institute a Edimburgo - che clonò la Pecora Dolly - ed il Prof. Chris Shaw del Dipartimento di Neurologia al King's College Hospital a Londra.

Se verrà approvata, gli studiosi utilizzeranno la tecnica di clonazione sviluppata dal Prof. Wilmut per generare le cellule staminali, che potranno differenziarsi nei motoneuroni. Saranno riprodotti tre diversi tipe di cellule: un gruppo di "controllo" sicuramente non colpite da SLA, un gruppo che ha inserito nelle cellule il gene causante la malattia del motoneurone ed un terzo gruppo contenente il codice genetico completo di pazienti con forma di SLA familiare.

Sviluppando i motoneuroni da queste cellule, i ricercatori saranno così in grado di poter studiare l'esatta progressione della degenerazione del motoneurone in laboratorio. Questo consentirà loro di capire cosa accade negli stadi iniziali della malattia ed individuare nuove strategie di cura.

Il Dr. Brian Dickie, Direttore della Ricerca alla MND Association, ha detto:"Questa è una nuova ed eccitante strada nella ricerca medica che può rivoluzionare il futuro trattamento della SLA così come un gran numero di altre malattie degenerative. L'Associazione è conscia che l'utilizzo delle cellule staminali embrionali e della clonazione terapeutica susciterà grandi preoccupazioni morali, etiche e religiose. Tuttavia, felici di sostenere tale progetto di ricerca così come soddisfatti della sua legalità, lo valutiamo scientificamente razionale e pensiamo che possa portare più vicini ad una cura efficace per la SLA."

La decisione in merito alla richiesta di autorizzazione è attesa per il prossimo gennaio. In caso di parere favorevole, la sperimentazione avrà inizio al più presto entro la prossima primavera.

Motor Neuron Disease Association

Per maggiori informazioni telefonare a Gayle Sweet, Responsabile Pubbliche Relazione e Stampa al nr. 0044-1604-611840 oppure 0044-7831-349382. Potete anche visitare il sito www.mndassociation.org

Motor Neuron Disease Association

 

Gli aggregati di proteine tossiche interferiscono con il proteasoma

Le malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer, il Parkinson o la sclerosi laterale amiotrofica, sono caratterizzate da differenti tipi di perdita delle funzioni nervose (da cali di memoria a movimenti muscolari incontrollabili), ma si ritiene che condividano molti meccanismi molecolari. Un gruppo di scienziati della Northwestern University, guidato dal biologo Richard I. Morimoto, ha effettuato una scoperta che potrebbe aiutare a comprendere uno di questi meccanismi.
Studiando le proteine tossiche coinvolte nella corea di Huntington, i ricercatori hanno scoperto che la proteina responsabile della malattia interferisce gravemente con il funzionamento del proteasoma, il macchinario cellulare che si occupa di eliminare le proteine danneggiate all'interno della cellula. Lo studio, che potrebbe suggerire come prevenire alcune malattie neurodegenerative e sviluppare farmaci più efficaci, è stato pubblicato sulla rivista "European Molecular Biology Organization Journal".
In tutti i disturbi neurodegenerativi umani sono presenti proteine danneggiate o ripiegate erroneamente, che si accumulano insieme per formare aggregati tossici. Il team di Morimoto è il primo a dimostrare in cellule umane viventi e in tempo reale che gli aggregati di proteine tossiche, in questo caso provocate dall'Huntingtina mutante, si legano irreversibilmente al proteasoma e impediscono la completa degradazione della proteina.

Venerdì 29 Ottobre 2004, 13:00

 

SANITA': SIRCHIA INSEDIA COMMISSIONE SU CURE CONTRO SCLEROSI

(ANSA) - ROMA, 29 OTT - Il Ministro della Salute Girolamo Sirchia ha insediato oggi una nuova commissione con l'obiettivo di individuare le possibilita' esistenti per la terapia della Sclerosi laterale amiotrofica, malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce 6-8 italiani ogni 100.000 abitanti, ed estenderle al maggior numero di pazienti in modo di aumentare le possibilita' di diagnosi e cura. In particolare il Ministro Sirchia ha chiesto alla Commissione di analizzare la ricerca orientata alle cause della Sla, la definizione dei marcatori biologici della malattia, l'identificazione di terapie innovative farmacologiche, cellulo-mediate e di terapia genica, e la possibilita' di allargamento a circa cinque Centri sul territorio nazionale della sperimentazione del trapianto di cellule staminali autologhe condotta attualmente a Torino. (ANSA).

 

Lunedì 25 Ottobre 2004, 22:00 - Una proteina salva la vita dei neuroni
Di Italiasalute.it

Identificata da un team di ricercatori di Milano la proteina che salva la vita delle cellule cerebrali in caso di danno neurologico acuto. La scoperta, pubblicata oggi in copertina sulla rivista “PNAS”, avrebbe possibili applicazioni nella terapia di alcune malattie neurodegenerative e di alcuni tumori del cervello.
Carenza di ossigeno, flusso di sangue scarso o addirittura interrotto: in queste condizioni di vera e propria “tempesta” le cellule del cervello possono sopravvivere grazie alla proteina “Rai”, che agisce come un vero “giubbotto di salvataggio”. Un gruppo di ricercatori del Campus IFOM – IEO (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare-Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro; Istituto Europeo di Oncologia) e dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano ha scoperto che l’espressione di una specifica proteina (la proteina “Rai”) salva i neuroni dalla morte cellulare indotta da “stress ossidativo”, condizione a sua volta determinata da ipossia (mancanza di ossigeno), ischemia (ridotto apporto di sangue) e ictus (interruzione del flusso sanguigno al cervello). La scoperta, pubblicata oggi sulla prestigiosa rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) è stata giudicata così rilevante da meritare la copertina della rivista. “Il ruolo della proteina Rai in caso di stress ossidativo – ha detto Giuliana Pelicci, del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dello IEO e autrice dello studio – è una novità assoluta. Capire in dettaglio come funziona il meccanismo di protezione potrebbe avere interessanti applicazioni farmacologiche sia nelle malattie neurodegenerative legate allo stress, come l’ictus, sia nei tumori.” La ricerca è stata supportata da finanziamenti dell’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro).
“Abbiamo cominciato a lavorare su Rai – spiega Giuliana Pelicci – perché fa parte della famiglia di proteine Shc (pronuncia “scic”, ndr) legate alla proliferazione, differenziazione, invecchiamento e morte delle cellule, tutti processi legati all’insorgenza del cancro. Poi ci siamo accorti che la proteina, che è presente solo nel cervello, giocava un ruolo chiave nella protezione neuronale da stress ossidativo.”
Per “stress ossidativo” si intende un’eccessiva presenza (nell’organismo intero o in un tessuto) di radicali liberi, molecole altamente reattive in grado di danneggiare e uccidere le strutture cellulari. I radicali liberi vengono normalmente prodotti all’interno delle cellule, ma, in un organismo sano, la loro presenza è costantemente monitorata e l’eccesso prontamente smaltito. Così non accade però quando le condizioni fisiologiche si alterano improvvisamente, come ad esempio nel caso di danno neurologico acuto (ipossia, ischemia o ictus cerebrale): in questi caso la mancanza di ossigeno e di sangue manda in tilt i sistemi di monitoraggio e i radicali liberi si accumulano nel cervello, dove cominciano ad attaccare e danneggiare irreversibilmente i neuroni. Uno degli effetti tipici dello stress ossidativo cerebrale è l’innescarsi del processo di “morte cellulare programmata”, la cosiddetta apoptòsi. In pratica i neuroni sottoposti a stress ossidativo tendono a suicidarsi.
Con una serie di esperimenti in vitro su cellule neuronali di topo, i ricercatori hanno scoperto che, in condizioni di stress ossidativo, l’espressione elevata della proteina Rai protegge i neuroni dall’apoptòsi e permette loro di sopravvivere. Viceversa, le cellule private della proteina Rai si suicidano molto di più delle cellule normali: “I neuroni in cui l’espressione di Rai è stata inibita – spiega ancora Pelicci – mostrano minor resistenza allo stress e maggiore morte neuronale. I risultati sono confermati anche dai test in vivo condotti su topi di laboratorio. “Il modello dell’ischemia cerebrale nel topo – commenta Maria Grazia De Simoni, del Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Mario Negri, co-autrice dello studio – ha pienamente confermato le ipotesi formulate a partire dagli esperimenti in vitro. I risultati ottenuti hanno dimostrato che l’assenza di Rai è un grave fattore di rischio in caso di danno neurologico acuto. Questo modello, implementato presso il nostro istituto e in pochi altri centri di ricerca in tutto il mondo, è altamente rappresentativo della patologia umana.”
Come faccia Rai a proteggere le cellule dallo stress ossidativo non è ancora del tutto chiaro. Il gruppo di Pelicci aveva già in passato caratterizzato la proteina Rai come “incentivatore di sopravvivenza” nelle cellule sane. Ma in presenza di stress il processo di attivazione di Rai è completamente diverso, e – stando ai risultati odierni – molto più critico. “Nel lavoro pubblicato oggi – dice Pelicci – abbiamo parzialmente caratterizzato il meccanismo di protezione di Rai, che sembra comportarsi come un vero ‘giubbotto di salvataggio’ per i neuroni stressati, dando loro maggiori chance di affrontare la tempesta causata dallo stress ossidativo. Ora abbiamo bisogno di definire il processo in dettaglio e, soprattutto, di verificarlo in cellule umane.” Importanti le potenziali applicazioni terapeutiche: secondo gli scienziati, Rai potrebbe rappresentare un nuovo “bersaglio farmacologico”. “Rendendo Rai più efficiente e attiva – aggiunge Pelicci – si potrebbe ottenere una efficace protezione dall’ischemia e dall’ictus cerebrale.” L’ictus cerebrale provoca 2 milioni di morti all’anno ed è la prima causa di invalidità nei paesi occidentali. “Il trattamento di questa grave malattia – commenta De Simoni – costituisce ancora un problema medico irrisolto e la conoscenza dei meccanismi che controllano la sopravvivenza dei neuroni rappresenta un importante passo verso la messa a punto di nuove strategie terapeutiche.”
Al contrario, nel caso di alcuni tumori cerebrali, proprio l’inattivazione di Rai potrebbe indurre le cellule tumorali a suicidarsi e così causare una regressione della malattia.

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Cellule staminali: qui risiede il futuro della medicina

Garantire lo stoccaggio di materiali biologici, la loro conservazione, la loro tracciabilità e la loro fruibilità, in modo che i ricercatori possano avere la certezza che il materiale su cui viene effettuata la ricerca sia costantemente a disposizione conservando tutte le sue proprietà. Questo uno dei punti maggiormente stressati nel corso del Convegno "Workshop on stem cell and tumour tissue banking", tenutosi il 15 ottobre scorso a Milano, promosso dal Premio Sapio per la Ricerca Italiana e dedicato al tema delle cellule staminali.

Il Convegno si è rivelato la migliore occasione per presentare al pubblico BioRep, una struttura all'avanguardia che aprirà tra breve a Milano, e che è destinata a divenire una grande banca globale di materiale biologico umano. Realizzato con il know how della statunitense Coriell, sarà il primo biorepository in Europa ad altissima tecnologia e offrirà sofisticati servizi a tutta la comunità scientifica. L'intervento dell'ing. De Blasio, di BioRep, ha infatti evidenziato la grande necessità da parte delle strutture sanitarie e dei centri di ricerca di poter avere una garanzia certificata sul materiale biologico che viene stoccato e sulla sua immediata disponibilità.

L'importanza di fornire risposte certe ai centri di ricerca è stata inoltre evidenziata dal prof. Marco Pierotti, oncologo dell'Istituto Tumori di Milano. "Oggi - ha affermato - in una varietà di malattie, e soprattutto nel campo oncologico, le tecnologie sono in grado di estrarre tutto ciò che serve per cambiare il destino clinico di un paziente. Con la genomica possiamo decifrare tutto del paziente, e il materiale biologico è come le fondamenta su cui bisogna costruire questa casa. Conservando e mettendo a disposizione della comunità scientifica questo materiale, rendiamo le biotecnologie applicabili a una concretezza clinica e non le lasciamo all'interno dell'astrattezza accademica".

Parallelamente a tutte le problematiche legate alla conservazione del materiale biologico umano, sono stati affrontati gli aspetti relativi alle cellule staminali, il cui utilizzo sembra promettere grandi passi avanti nella cura di una serie di patologie fino ad ora ritenute inguaribili, quali le malattie neurodegenerative, le patologie invalidanti, alcune rare sindromi genetiche. A fronte dei numerosi interventi sull'argomento, la prima domanda è: "Quali prospettive abbiamo a disposizione oggi? Che risposte possiamo dare alle domande incalzanti dei pazienti?"

Una risposta è stata fornita dalla professoressa Elena Cattaneo, del Centro di Eccellenza sulle Malattie Neurodegenerative dell'Università di Milano: "Il campo delle cellule staminali - ha affermato - costituisce senza dubbio una meravigliosa opportunità di ricerca, ma è un campo giovane, in cui scoperte e smentite si susseguono senza sosta. Quello che per ora possiamo dire con certezza è che le cellule staminali sono una vera grande opportunità, perché già si prestano ad uno spettro molto ampio di studi e sperimentazioni, che vanno dai trapianti all'analisi farmacologica, fino alla riproduzione in laboratorio di particolari patologie per studiarne l'evoluzione".

Prima di poterle utilizzare in ambito terapeutico, però, bisognerà aspettare ancora un po' di tempo, perché l'impegno degli studiosi oggi è ancora tutto rivolto all'etichettatura e caratterizzazione di questo particolare tipo di cellule. "Certo è - ha aggiunto - che in Italia i soldi per la ricerca sono pochi, e che se non ci sarà un cambiamento di rotta nelle politiche di finanziamento, rischiamo di perdere il treno".

In un momento in cui la ricerca italiana lamenta la mancanza di incentivi e non riesce a trovare nuove opportunità, il Premio Sapio per la Ricerca Italiana continua a portare avanti il suo impegno per richiamare l'attenzione sul valore della ricerca, per promuovere la circolazione delle idee, far conoscere sperimentazioni e studi innovativi in diversi settori e per offrire a studiosi, esperti e ricercatori la possibilità di diffondere i risultati del loro lavoro.

Un piccolo contributo, ma di grande spessore, con il quale il Premio Sapio, grazie all'appoggio di tantissimi Ministeri, Regioni, Università e Istituzioni e al Gruppo Sapio, azienda leader nel settore dei gas tecnici e medicinali, puri, purissimi e liquidi criogenici, vuole valorizzare e divulgare ricerche e studi che, nei diversi settori della tecnologia e della scienza, contribuiscano in modo netto e determinante al miglioramento della qualità della vita, al benessere degli individui e allo sviluppo del nostro Paese. Confidando nella proficua sinergia tra istituzioni, università e imprese, il Premio Sapio per la Ricerca Italiana è oggi un brillante esempio di come sia possibile favorire il rilancio della ricerca scientifica, affinché essa diventi finalmente un sistema "aperto" in cui tutti gli attori possano comunicare e collaborare tra loro in modo diretto, costante ed efficace.

L'edizione 2004, articolata in ben sette giornate di studio - di cui cinque già realizzate - propone, oltre alle aree NMR, Tecniche Analitiche e Salute e Sociale, che costituiscono le sezioni tradizionali del Premio, altrettanti argomenti nuovi e di grandissimo interesse: Economia, Acqua e Alimentazione e Biotecnologie.

SANITA': SIRCHIA ISTITUISCE COMMISSIONE SLA

(AGI) - Roma, 15 ott. - Il Ministro della Salute Girolamo Sirchia ha istituito la Commissione sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), patologia neurodegenerativa a decorso progressivo. La Commissione, presieduta dal presidente dell'Istituto Superiore di Sanita' Enrico Garaci - riferisce una nota del ministero della salute -, avra' lo scopo di garantire ai pazienti affetti da SLA la corretta applicazione di programmi terapeutici ed assistenziali coerenti con i piu' elevati standard nazionali ed internazionali al fine di ottenere i migliori risultati possibili in termini di qualita' della vita. A tal fine promuovera' la ricerca orientata alla patogenesi della Sla, alla definizione dei marcatori biologici della malattia, alla identificazione di terapie innovative farmacologiche, cellulo-mediate e di terapia genica, l'allargamento a cinque centri della sperimentazione di cellule staminali autologhe. Sono membri della Commissione: Caterina Bendotti dell'Istituto Mario Negri di Milano, Maria Teresa Carri' dell'Universita' Tor Vergata di Roma, Adriano Chio' dell'Universita' di Torino, Maria Elena Congiu della Direzione generale della Programmazione sanitaria del Ministero della Salute, Massimo Corbo e Vincenzo Silani dell'Istituto Auxologico Italiano di Milano, Cinzia Gellera dell'Istituto Carlo Besta di Milano, Letizia Mazzini dell'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, Maurizio Pocchiari dell'Istituto Superiore di Sanita', Ivan Torrente dell'Ospedale Maggiore di Milano. (AGI) 151324 OTT 04

15.10.2004

 

Cossu, le staminali e la speranza per 5 mila bambini

La ricerca scientifica va lasciata libera di seguire il suo corso: le cellule staminali sia embrionali sia adulte sono la speranza di cura per molte malattie genetiche, tra cui quella che colpisce un bambino ogni 3500 per un totale di non meno di 5000 bambini in Italia. A parlare di distrofia muscolare, malattia rara per la quale e' stato lanciato a Roma il progetto 'Una diagnosi per tutti' da parte della 'Duchenne Parent Proyect', e' stato Giulio Cossu, direttore dell'istituto cellule staminali del San Raffaele di Milano, per il quale "nessuno ha il diritto di imporre regole alla ricerca se non la coscienza stessa dello scienziato: siamo purtroppo in un Paese dove c'e' un profondo rancore per la scienza".
E a farne le spese sono la medicina e quindi i malati. La distrofia muscolare e' una malattia rara dovuta ad un difetto del gene nel cromosoma 'x' che puo' esser corretto mediante la terapia genica. "Noi non vogliamo rassegnarci all'ineluttabilita' di questa malattia che colpisce i bambini, soprattutto i maschi -ha spiegato Filippo Buccella, il presidente della 'Duchenne Parent Proyect'- e per questo abbiamo finanziato il progetto 'Una diagnosi per tutti' con l'obiettivo di arrivare tempestivamente alla diagnosi certa della malattia". Il progetto ha un valore di 50mila euro che si aggiungono a quelli (un milione di euro) gia' stanziati ed impiegati in altri progetti negli ultimi cinque anni: una sorta di 'fai-da-te' tra l'associazione dei genitori di bambini affetti dalla distrofia e i ricercatori. "Mettere limiti alla ricerca scientifica in particolare alle cellule staminali embrionali puo' rallentare e compromettere tutto il settore". La distrofia dovuta alla mancanza della distrofina, proteina che protegge i muscoli dai traumi subiti durante la contrazione, si manifesta con chiari sintomi: debolezza dei muscoli delle cosce e delle anche verso i 3-5 anni fino alla progressiva incapacita' di camminare.
E a proposito dei limiti alla ricerca Cossu definisce orribile e demenziale animata da ostilita' e profondo rancore contro la scienza e la ricerca scientifica secondo una vecchia visione medioevale la legge 40 sulla fecondazione. E contro il far west e i mostri fatti in laboratorio Cossu spiega: "E' quel che succedeva con gli scienziati nazisti in un regime totalitario dove della liberta' non c'era neanche l'ombra: oggi fortunatamente gli scienziati sono piu' liberi e consapevoli del loro lavoro e l'immagine del mostro in laboratorio e' tanto irreale quanto anacronistica". "Perche' impedire la ricerca sulle cellule staminali embrionali da cui si possono ricavare le cure per tante malattie genetiche incurabili? Chi puo' arrogarsi tale diritto senza compromettere la vita di altri? E perche' non utilizzare embrioni congelati che vanno comunque persi? La scienza deve esser libera di fare il suo corso: sia la religione che la politica non hanno alcun diritto di ostacolarne l'evoluzione naturale".

 

Mercoledì 13 Ottobre 2004, 10:18
L’inibizione dei flussi di calcio protegge la cellula dall’autodistruzione
Di Biomedicina

( Xagena - Biomedicina ) - Le cellule vengono frequentemente raggiunte da minacce di morte che possono indurle al suicidio: tali minacce vengono raccolte da una serie di “postini” molecolari, gli ioni calcio, e consegnate a strutture tubulari molto lunghe, una sorta di gallerie fatte da mitocondri, le centrali energetiche della cellula che possono trasformarsi in centrali di autodistruzione.

L’interruzione di tali gallerie ad opera di alcune “macchine molecolari”, come la proteina Drp-1 ( dynamin-related protein-1 ), blocca il flusso di ioni calcio all’interno della cellula proteggendola da alcuni dei segnali mortali.

È questo l’oggetto di una pubblicazione sulla rivista Molecular Cell, da parte del gruppo coordinato da Rosario Rizzuto, ricercatore Telethon dal 1996 che lavora presso il Dipartimento di medicina diagnostica e sperimentale dell’Università di Ferrara.

I ricercatori hanno conseguito questi risultati grazie all’osservazione al microscopio ottico di processi biologici in cellule vive: una metodologia innovativa che fa parte di un servizio a disposizione della comunità scientifica italiana finanziato da Telethon dal 2001, il Centro Telethon di Imaging Cellulare, di cui Rosario Rizzuto è responsabile.

Dalla ricerca è emerso come i segnali arrivati sulla superficie esterna della cellula siano ricevuti e tradotti nel linguaggio cellulare fatto da ondate di ioni calcio che si propagano da un compartimento all’altro della cellula, fino ad arrivare al loro bersaglio, i raggruppamenti di mitocondri.

Qui i messaggi vengono letti, decidendo il destino della cellula, se cioè sia il caso o meno che si suicidi attraverso il processo di morte cellulare programmata.

La morte cellulare programmata, meglio nota come apoptosi, è un fenomeno lento e complesso che permette l’eliminazione “dolce”, senza cioè danneggiare le strutture vicine, di cellule in sovrannumero o pericolose, come avviene per esempio nella formazione degli organi durante la vita fetale, nelle cellule infettate da virus o in quelle tumorali.

Se la cellula viene minacciata di morte, per esempio, da parte di sostanze tossiche, è quindi il calcio a favorire il rilascio di proteine che innescano il suicidio cellulare. Se però le ondate di calcio vengono interrotte perché la strada è chiusa, come quando la rete fatta da mitocondri viene frammentata dall’intervento della proteina Drp-1, la cellula diventa insensibile ai segnali di morte e non fa più partire il programma di apoptosi.
Questo quando tutto funziona a dovere.

Ci sono situazioni in cui il malfunzionamento del processo di morte cellulare causato da un difetto genetico provoca malattie anche molto gravi, come quelle degenerative nel caso di distruzione per errore di cellule sane e utili, o, al contrario, i tumori, dovuti all’incapacità di eliminare cellule pericolose.

Guasti nel processo di suicidio cellulare accomunano quindi molte malattie genetiche, tra cui alcune patologie neurodegenerative ( morbo di Alzheimer ), certe patologie muscolari ( miopatie di Becker e Ullrich ), la sclerosi laterale amiotrofica, l’atrofia ottica dominante, e rappresentano per questo motivo un terreno fertile per lo sviluppo di nuovi farmaci. ( Xagena )

Fonte: Mol Cell

Per ulteriori informazioni visita Xagena.it

 

Venerdì 8 Ottobre 2004, 17:07
Ricerca: Scoperta Telethon Salva Cellule Da Autodistruzione


Roma, 8 ott. (Adnkronos Salute) - Una soperta firmata Telethon salva le cellule dall'istinto di autodistruggersi. E apre la strada alla creazione di farmaci per numerose malattie genetiche. Le nostre cellule, spiegano gli scienziati, sono raggiunte frequentemente da minacce di morte, che possono indurle al suicidio. Questi avvertimenti sono raccolti da 'postini' molecolari, gli ioni calcio, e consegnati a strutture lunghe come 'gallerie' formate dai mitocondri, le centrali energetiche della cellula da cui a volte parte il segnale di autodistruzione. Interrompendo queste gallerie con alcune 'macchine molecolari', come la proteina Drp-1, si blocca il flusso di ioni calcio all'interno della cellula. E la si protegge dal suicidio. Lo studio, pubblicato su 'Molecular Cell', e' frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori Telethon, coordinati da Rosario Rizzuto, del Dipartimento di medicina diagnostica e sperimentale dell'Universita' di Ferrara. Fondamentale e' stata la possibilita' di osservare al microscopio ottico i processi biologici in cellule vive: una metodologia innovativa disponibile al Centro Telethon di Imaging cellulare. I segnali arrivati sulla superficie esterna della cellula sono ricevuti e tradotti in un alfabeto a base di ioni calcio, che si propagano da un compartimento all'altro fino ad arrivare al loro bersaglio, i raggruppamenti di mitocondri. Qui i messaggi vengono recapitati e letti. A questo punto, ne va del destino della cellula: si decide, cioe', se deve suicidarsi (apoptosi) o no. Per esempio, se la cellula viene minacciata da sostanze tossiche, il calcio favorisce il rilascio di proteine che innescano la morte cellulare programmata. Ma se le ondate di calcio trovano la 'strada' sbarrata (quando la rete di mitocondri viene frammentata dalla proteina Drp-1), la cellula diventa insensibile ai segnali e non si autodistrugge. Difetti e guasti in questo processo di suicidio cellulare accomunano molte malattie genetiche, tra cui alcune patologie neurodegenerative (morbo di Alzheimer), muscolari (miopatie di Becker e Ullrich), la Sclerosi laterale amiotrofica, l'atrofia ottica dominante. E rappresentano percio', sottolineano i ricercatori, un terreno fertile per lo sviluppo di nuovi farmaci. ''La comprensione di questi meccanismi di segnalazione, ossia di come un impulso esterno o un danno genetico si traducono in un 'suicidio' cellulare - commenta Rizzuto - puo' fornire nuovi bersagli alla ricerca per lo sviluppo di farmaci che agiscano sul processo dell'apoptosi. Potrebbero rivelarsi utili per la terapia di un ampio spettro di patologie''. (Com-Mad/Adnkronos Salute)

 

Malattie Rare

Quando una malattia è poco diffusa, non viene presa in considerazione dalla ricerca e dalle aziende farmaceutiche. Questa poca attenzione è la causa principale della mancanza di cure per le patologie "rare". Sono definite "rare" le malattie che colpiscono meno di 5 persone ogni 10.000 abitanti, secondo l'OMS, nel mondo ci sarebbero circa 5.000 malattie "rare". Tra distrofia muuscolare, sclerosi laterale amiotrofica, sma...in Italia ci sono circa 5 milioni di malati ed in Europa 25 milioni. Di queste patologie si parla molto poco o per nulla, raramente in qualche programma televisivo ed in forma molto superficiale.
I problemi fondamentali di tali patologie sono la scarsa informazione, la pessima assistenza e la quasi inesistente ricerca. Pochi ammalati, vuol dire pochi rientri economici per chi investe in ricerca. Come sempre il denaro prevale sulla sofferenza della gente. L'Italia investe in ricerca meno dell'1% del Pil mentre la media europea è del 2% e negli Usa è del 2,5%. L'Italia, se vuole essere competitiva, deve come minimo raddoppiare gli investimenti per la ricerca e cercare di adeguarsi agli altri paesi, altrimenti rischia di restare fanalino di coda e di farsi sorpassare da paesi come Grecia e Spagna che in questi ultimi anni hanno finanziato maggiormente i loro ricercatori. Non è possibile che l'Italia, uno stato tra i più industrializzati, dimentichi che la scienza è ricchezza, è cultura, è benessere per i cittadini. Numerose malattie continuano a mietere vittime e continuano a lasciare ammalati devastati da dolori e disperazione nelle proprie case, dimenticati dal mondo. Nonostante tanta sofferenza, chi ha il potere per promuovere la ricerca, non compie il proprio dovere. Ogni anno decine di menti eccellenti se ne vanno all'estero lasciando i nostri laboratori. Non c'è da meravigliarsi di questa scelta se un stipendio di un ricercatore si aggira sui 1.000 euro mensili, dopo anni di studi e sacrifici, se ci sono ricercatori ancora senza un contratto, se tanti giovani laureati aspirano ancora dopo due anni ad un posto di ricercatore...Quante malattie verrebbero studiate da queste persone? Anche la società è colpevole di questo. Una società basata sull'apparire, una società che si mobilita per un cantante, per una squadra di calcio...e che non protesta per una ricerca libera e finanziata in modo decente. Forse hanno il dovere di protestare solo gli ammalati e le loro famiglie, poichè chi sta bene è "immune" da tragedie e sofferenze? Non credo...E' bene che tutti noi cominciamo a ragionare in un altro modo. Dobbiamo ricordarci che la malattia non guarda in faccia nessuno, arriva quando meno te lo aspetti e puoi avere tutti i soldi che vuoi, ma se la malattia è incurabile...Per questo è importante che si finanzi la ricerca, che ci sia meno burocrazia, che si assumano ricercatori, che si finanzino centri di eccellenza...e, cosa molto importante, che anche i mezzi d'informazione diano una voce ai nostri ricercatori, che si parli maggiormente delle ricerche e scoperte fatte nei nostri laboratori. Gli ammalati hanno bisogno di sentire la ricerca vicina alla loro sofferenza, non devono sentirsi dimenticati. D'altro canto lo Stato, i privati e tutti noi dobbiamo premere affinchè la ricerca possa portare la speranza di guarigione a tante persone sofferenti senza dimenticarci che, tra queste persone, potremmo esserci anche noi o i nostri cari.

Morosinotto Maria Cristina (ASSOCIAZIONE SLAITALIA)
E-mail:cristina.mm@libero.it

 

Sono in grado di guarire le cellule malate nelle immediate vicinanze

Uno studio pubblicato sul numero dell'8 ottobre della rivista "Science" descrive l'abilità - finora insospettata - delle cellule staminali embrionali di influenzare le cellule difettose vicine e di restaurare la loro capacità di funzionare normalmente.
I ricercatori del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York riferiscono che 15 cellule staminali embrionali iniettate in embrioni di topo ai primi stadi, i cui cuori erano stati predisposti geneticamente a sviluppare un difetto letale, hanno impedito al cuore di sviluppare la malattia non solo producendo normali cellule figlie che sono state incorporate nel tessuto embrionale difettoso, ma anche liberando fattori biologici nelle immediate vicinanze. Ciò ha impedito alle cellule cardiache vicine di svilupparsi in tessuto difettoso.
"In altre parole, - spiega Robert Benezra, principale autore dello studio - le cellule staminali agiscono come infermiere, riportando in salute le cellule 'malate'. Come risultato, il cinquanta per cento dei topi destinati a morire nell'utero è nato con un cuore sano".

 

Venerdì 8 Ottobre 2004, 18:00
STAMINALI:CURE IN UTERO, SPERANZE DA NUOVA FRONTIERA /ANSA


(ANSA) - ROMA, 8 OTT - Con i primi tre trapianti al mondo per curare una grave malattie delle ossa si apre la speranza di utilizzare le cellule staminali per correggere prima della nascita malattie che colpiscono anche altri tessuti, come i muscoli. C'e' tantissima strada da fare prima che cure come queste diventino di routine, ma i ricercatori sono convinti che la via sia ormai quella giusta.
''E' una frontiera sperimentale, ma e' questa la via da seguire'', ha detto il responsabile del Centro di terapia cellulare degli Spedali Civili di Brescia, Fulvio Porta, che ha eseguito il trapianto in due bambini italiani. ''E' una strada che apre una grandissima speranza, ma che ovviamente va verificata'', ha detto Magnus Westgren, dell'istituto Karolinska di Stoccolma, autore del trapianto in una bambina svedese che oggi ha due anni.
In tutti e tre i bambini il trapianto di cellule staminali e' stato fatto per correggere l'osteogenesi imperfetta, una malattia rara nella quale non funzionano le cellule specializzate nel rinnovare il tessuto osseo (osteoblasti). Di conseguenza le ossa sono estremamente fragili, al punto che si formano fratture gia' in utero e che entro il primo anno di vita un bambino puo' avere fino a 20 fratture. Il trapianto di staminali non cura la malattia, ha precisato Porta, ma sicuramente rafforza le ossa e permette ai piccoli di avere una migliore qualita' della vita e di poter giocare tranquillamente. Il bambino operato in Italia, che adesso ha un anno e quattro mesi, ha avuto solo due fratture in un anno. ''Stare meglio vuol dire moltissimo per chi soffre di una malattia genetica'', ha osservato Porta. La bambina svedese ha due anni ed e' in buona salute, ''e' solo un po' piccola, sembra che abbia solo un lieve ritardo nella crescita. Le sue ossa sono certamente piu' forti, ma e' difficile dare un giudizio complessivo su questa tecnica finche' non avremo un numero maggiore di casi'', ha detto Westgren. I risultati del trapianto sul terzo bambino, italiano, sono ancora in corso di valutazione. ''E' incoraggiante che in Italia e Svezia sia siano ottenuti risultati simili. Questo da' l'idea che il trapianto di staminali sia la via da perseguire'', ha osservato Porta. Le tecniche utilizzate sono state pero' molto diverse e, per problemi etici, l'Italia ha dovuto mettere a punto una soluzione indubbiamente originale.
- LA VIA ITALIANA: ''Mentre in Svezia sono state utilizzate cellule staminali fetali, in Italia abbiamo dovuto trovare una 'via legale' e abbiamo deciso di utilizzare le cellule staminali prelevate dal midollo osseo della madre'', ha detto Porta. Una via nuova, ha proseguito il ricercatore, ''ma abbiamo deciso di puntare sul cosidetto 'effetto tolleranza''', il fenomeno scoperto recentemente per cui le cellule del feto passano nella mamma senza che avvengano reazioni di rigetto. ''Questo - ha rilevato - ci ha fatto pensare che probabilmente anche le cellule della mamma sarebbero state accettate dal feto''. Ed e' stato cosi'.
- LA VIA SVEDESE: ''Abbiamo utilizzato cellule prelevate da feti abortiti perche' queste sono molto piu' facili da coltivare ed e' possibile farle proliferare per ottenerne un numero molto alto'', ha detto Westgren. ''Quando abbiamo prelevato le cellule - ha aggiunto - abbiamo innanzitutto verificato che fossero libere da infezioni, quindi le abbiamo isolare e fatte moltiplicare''. IL FUTURO: Finora i trapianti in utero avevano permesso di correggere malattie del sangue, come quelle del sistema immunitario. I risultati ottenuti in Italia e Svezia sono paragonabili a quelli ottenuti negli Stati Uniti con trapianti eseguiti dopo la nascita, ma in quei casi e' stato necessario ricoverare i bambini e poi sottoporli ad una terapia immunosoppressiva, come in un qualsiasi altro trapianto. ''In malattie di questo tipo - ha osservato Porta - la grande scommessa e' intervenire sempre piu' precocemente, non c'e' dubbio che l'ideale sia intervenire prima della nascita''. Porta e Wegstren sono convinti che distrofia muscolare e malattie metaboliche, come la malattia di Gaucher, potranno essere i prossimi bersagli del trapianto di cellule staminali in utero.(ANSA).

 

Venerdì 8 Ottobre 2004, 18:30
Nuova scoperta sul suicidio cellulare
Di Italiasalute.it

Capire a fondo il suicidio cellulare permetterà di sviluppare farmaci per numerose malattie genetiche.
Le cellule vengono frequentemente raggiunte da minacce di morte che possono indurle al suicidio: tali minacce vengono raccolte da una serie di “postini” molecolari, gli ioni calcio, e consegnate a strutture tubulari molto lunghe, una sorta di gallerie fatte da mitocondri, le centrali energetiche della cellula che possono trasformarsi in centrali di autodistruzione. Ma l’interruzione di tali gallerie ad opera di alcune “macchine molecolari”, come la proteina Drp-1 ( dynamin-related protein-1) , blocca il flusso di ioni calcio all’interno della cellula proteggendola da alcuni dei segnali mortali. È questo l’oggetto di una pubblicazione sulla prestigiosa rivista Molecular Cell*, da parte del gruppo coordinato dal professor Rosario Rizzuto, ricercatore Telethon dal 1996 che lavora presso il Dipartimento di medicina diagnostica e sperimentale dell’Università di Ferrara. Ne dà notizia il sito internet di Telethon, telethon.it.
I ricercatori hanno conseguito questi risultati grazie all’osservazione al microscopio ottico di processi biologici in cellule vive: una metodologia innovativa che fa parte di un servizio a disposizione della comunità scientifica italiana finanziato da Telethon dal 2001, il Centro Telethon di Imaging Cellulare, di cui Rosario Rizzuto è responsabile. Dalla ricerca emerge come i segnali arrivati sulla superficie esterna della cellula siano ricevuti e tradotti nel linguaggio cellulare fatto da ondate di ioni calcio che si propagano da un compartimento all’altro della cellula, fino ad arrivare al loro bersaglio, i raggruppamenti di mitocondri. Qui i messaggi vengono recapitati, letti e si decide del destino della cellula, se cioè sia il caso o meno che si suicidi attraverso il processo di morte cellulare programmata: è la cosiddetta apoptosi, un fenomeno lento e complesso che permette l’eliminazione “dolce”, senza cioè danneggiare le strutture vicine, di cellule in sovrannumero o pericolose, come avviene per esempio nella formazione degli organi durante la vita fetale, nelle cellule infettate da virus o in quelle tumorali.
Se la cellula viene minacciata di morte, per esempio, da parte di sostanze tossiche, è quindi il calcio a favorire il rilascio di proteine che innescano il suicidio cellulare. Se però le ondate di calcio vengono interrotte perché la strada è chiusa, come quando la rete fatta da mitocondri viene frammentata dall’intervento della proteina Drp-1, la cellula diventa insensibile ai segnali di morte e non fa più partire il programma di apoptosi. Questo quando tutto funziona a dovere. Ma ci sono situazioni in cui il malfunzionamento del processo di morte cellulare causato da un difetto genetico provoca malattie anche molto gravi, come quelle degenerative nel caso di distruzione per errore di cellule sane e utili, o, al contrario, i tumori, dovuti all’incapacità di eliminare cellule pericolose.
Guasti nel processo di suicidio cellulare accomunano quindi molte malattie genetiche, tra cui alcune patologie neurodegenerative (morbo di Alzheimer), certe patologie muscolari (miopatie di Becker e Ullrich), la SLA, l’atrofia ottica dominante, e rappresentano per questo motivo un terreno fertile per lo sviluppo di nuovi farmaci, come commenta Rizzuto: “La comprensione di questi meccanismi di segnalazione, ossia di come un impulso esterno o un danno genetico si traducono in “suicidio” cellulare, può fornire nuovi bersagli alla ricerca farmaceutica per lo sviluppo di farmaci che agiscano sul processo dell’apoptosi e possano quindi essere utili per la terapia di un ampio spettro di patologie”.

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AVVIO STUDIO FASE I - COMUNICATO

E’ iniziato c\o la Clinica Neurologica dell’Università di Novara, il reclutamento dei pazienti per lo studio di fase I “Applicazione clinica delle cellule staminali mesenchimali autologhe nella SLA” autorizzato dall’Istituto Superiore di Sanità.
L’obiettivo primario è la verifica della sicurezza e della tollerabilità pertanto i criteri clinici di inclusione, concordati con l’Istituto Superiore di Sanità , prevedono, tra gli altri, l’inserimento di pazienti in fase iniziale o intermedia di malattia, senza problematiche respiratorie. Il protocollo clinico prevede un periodo di osservazione di 6 mesi della storia naturale della malattia prima dell’intervento. Quest’ultimo potrà essere effettuato solo per un paziente a volta. Il reclutamento dei 10 pazienti pertanto avverrà nell’arco di circa 18 mesi (non più di 2 pazienti ogni 3 mesi).
L’aderenza al protocollo e ai criteri di reclutamento è sorvegliata dal comitato etico dell’ Azienda Ospedaliera “Maggiore della Carità” di Novara che può interrompere lo studio in caso di inosservanza.
Il reclutamento ed il monitoraggio dei pazienti viene svolto c\o la “Clinica Neurologica”, Università A. Avogadro, Ospedale “Maggiore della Carità” Corso Mazzini 18, 28100 Novara
Tel 0321-3733834; Fax: 0321-3733298; E mail: mazzini.l@libero.it

Dr.ssa Letizia Mazzini